Francesco Guardì

 

Francesco Guardì ritratto da Pietro Longhi

Francesco Guardì ritratto da Pietro Longhi

Francesco Lazzaro Guardì nasce a Venezia il 5 ottobre 1712 e si ricorda oltre che per le sue opere, per l’essere l’antitesi di Canaletto, altro celebre artista veneziano.

Guardì infatti, al contrario del Canaletto, non mira, nelle sue pitture, a risultati di nitida percezione, ma propone un’interpretazione del dato reale soggettiva ed evocativa, realizzando immagini di città evanescenti e irreali; raggiungendo a volte una sensibilità definibile pre-romantica, grazie allo sfaldamento delle forme e a malinconiche penombre.

La prima notizia sull’attività artistica di Francesco risale al 15 dicembre 1731, quando il conte veneziano Giovanni Benedetto Giovannelli cita nel suo testamento quadri eseguiti dai fratelli Guardi; secondo il Morassi, nella bottega del fratello, Francesco apprende “quella pittura illusionistica, cioè tutta a strappi e sfregature a macchie, la quale non indulgeva punto allo studio del disegno in senso accademico e dei volumi ben definiti, per affidare tutto il suo peso agli effetti luministici in un’atmosfera estremamente variata”.

Al 13 ottobre 1738 risale la prima notizia positiva dell’opera di Francesco Guardi, fornita da don Pietro Antonio Guardi, parroco di Vigo d’Anaunia, (Trento), e zio di Gianantonio e Francesco, che attesta la consegna nella sua parrocchia di tre lunette, giunte da Venezia e opera dei suoi due nipoti. Francesco lavora insieme con il fratello maggiore Gianantonio, a quest’epoca molto più quotato, circostanza che rende disagevole distinguere con precisione, seppure ve ne siano, le opere che gli possono essere interamente attribuite.

Viene datata intorno al 1740 la prima opera firmata, un Santo adorante l’Eucaristia, copia parziale e reinterpretata, secondo i canoni di Federico Bencovich, della pala del Piazzetta dei Santi Giacinto, Lorenzo e Bertrando del 1739. Francesco trae dal Bencovich una lettura drammatica ed pateticamente espressionistica, un santo “bruciante di un’estasi macerata, quasi aggressiva” (Ragghianti), costruendo la figura in forte rilievo plastico pur mantenendo una nervosa vibrazione di tocco.

È la stessa pennellata vibrante che costruisce il vasto paesaggio della Burrasca di Zurigo, recuperando, con il tramite di Salvator Rosa e di Marco Ricci, e caricando di un impulso espressivo sconosciuto un tema prediletto della cultura olandese del Seicento.

Non prima del 1747 si possono datare due tavole di figure allegoriche, interpretate come La Carità e La Speranza, ora al Ringling Museum di Sarasota.

Dal 1750 al 1752 vengono dipinte sette tele nel parapetto della cantoria della chiesa veneziana dell’Angelo Raffaele rappresentanti le Storie di Tobiolo; da tempo attribuite a Ludovico Dorigny, poi a Gianantonio Guardi, questi straordinari capolavori vengono attribuiti nel 1919 a Francesco dallo storico dell’arte Giuseppe Fiocco, attribuzione poi variamente confermata o contestata da altri studiosi che vi vedono ora la paternità di Gianantonio Guardi, ora una collaborazione dei due fratelli: attualmente è nuovamente prevalemte l’attribuzione a Gianantonio.

Alla produzione di figure alterna quella di vedute e capricci, mantenendo la stesura pittorica trepidante, tipica del fratello, e disponendola in un’impalcatura formale coerente ma maggiormente variegata, con l’articolazione di profili figurativi zigzaganti e un tono sentimentale teso e introspettivo. Nelle vedute giovanili, come la Piazza San Marco di Londra e la Veduta di San Giorgio di Glasgow, è attento sia all’esempio del Canaletto che a quello di Luca Carlevarijs.

Il 15 febbraio 1757 Francesco sposa Maria Mathea Pagani, figlia del pittore Matteo Pagani. In seguito la vita privata di Guardì viene attraversata da vari lutti che lasciano un senso di solitudine in lui, sensibilmente rilevabile anche nella sua arte.

Nel 1763 lavora a Murano, nella chiesa di San Pietro Martire, dove produce il Miracolo di un santo domenicano, forse san Gonzalo d’Amarante, in seguito a Vienna si orienta decisamente su Alessandro Magnasco nella costruzione distorta e allucinata delle figure, di un espressionismo accentuato e con una struttura anticonvenzionale del dipinto, che ha un andamento zigzagante.

Nelle vedute mature il rapporto con il Canaletto tende ad attenuarsi, come si legge nella Piazzetta, conservato nella Ca’ d’Oro di Venezia, che vibra in una stesura nervosa, ancora debitrice del Magnasco.

Al 1778 risalirebbe La Santissima Trinità appare ai santi Pietro e Paolo della parrocchiale di Roncegno, di impianto solido, con una stesura pittorica corrusca e un tono severo.

Nel 1788 il doge Alvise Mocenigo autorizza l’editore Gabriele Marchiò a stampare i dipinti del celebre Francesco Guardi. Il processo di costruzione della forma per via puramente cromatica è evidente in tutte le opere tarde, come nel Concerto di dame di Monaco di Baviera, che raffigura una cantata eseguita il 20 gennaio 1782 da un coro di 80 orfane, dove i ballerini sembrano fiammelle guizzanti sul tono scuro del dipinto; un fantastico luminismo ripetuto nel Rio dei Mendicanti come nella Facciata di palazzo con scalinata dell’Accademia Carrara di Bergamo, fino all’Incendio degli olii a San Marcuola, che rievoca in due tele un dramma realmente avvenuto il 29 dicembre 1789 attraverso animati accenti di cromatismo magico.

Francesco Guardi muore il primo gennaio 1793 nella sua casa veneziana di Cannaregio, in campiello de la Madonne, dopo un mese di continuo decubito al letto per vomito polmonare, con febbre continua e gonfiore agli arti inferiori e ventre. Giacomo Guardi continua, imitandola, l’attività paterna: nel 1829 venderà tutta la collezione dei disegni suoi e del padre a Teodoro Correr, il fondatore del noto museo veneziano.

Le vedute e i capricci: una nuova arte

Alla fine del Seicento inizia, e si sviluppa per tutto il Settecento, il turismo europeo; nobili e borghesi benestanti, soprattutto inglesi e francesi, visitano l’Italia, culla, con la Grecia, della civiltà occidentale, per formarsi o completare la propria educazione, per acquistare opere e oggetti d’arte e d’antiquariato; gli intellettuali, per approfondire o provare l’emozione della diretta visione di quanto hanno studiato sui libri; Venezia, per l’unicità dei suoi ambienti, Firenze, per l’arte rinascimentale, Roma, per l’arte, le chiese e le memorie classiche, Napoli, la città italiana più grande a quel tempo e la Sicilia, per i templi greci e il suo clima mediterraneo, sono le mete d’obbligo del Grand Tour.

Tuttavia il Guardi non può essere considerato anticipatore degli impressionisti: l’impressionismo, prima di essere un mezzo di espressione, è un modo di vedere e di percepire; e il modo di vedere di Francesco si qualifica come naturale, non scientifico: l’oggetto non è reso obiettivamente, ma filtrato dallo spirito che misteriosamente indaga sulla linea dell’orizzonte, quasi come in una impercettibile fusione tra visione dell’occhio e visione sognante della fantasia.

Ne deriva una pittura impalpabile, aerea, fatta di luce avvolgente, sorretta da una tavolozza di inafferrabile e preziosa gamma cromatica. Il paesaggio non esiste più come tema, è pretesto per la ricerca pura di ritmi luminosi, di trasparenze, di pulviscoli argentei.

 

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