A Venezia anche i potenti non sfuggivano alla giustizia.

L’11 agosto del 976, a Palazzo Ducale, il ventiduesimo doge Pietro IV è assalito da una folla inferocita. Asserragliato all’interno con il figlio ancora in fasce, fu costretto ad uscire a causa dell’incendio appiccato al palazzo, lo stesso incendio che bruciò poi gran parte della Piazza. Una volta fuori, all’altezza di dove sorgerà la Porta della Carta, chiese pietà al popolo. Ma per il traditore della patria non ci fu clemenza e venne ucciso assieme al figlio. Ma non stiamo parlando del più famoso traditore.

Nella Sala del Maggior Consiglio, ci sono i ritratti dei primi settantasei dogi alla guida della Serenissima, su di uno vi è un drappo nero con la scritta “Hic est locus Marini Falethri decapitati pro criminibus”: quello del doge Marin Falier(1285-1355). Decapitato il 17 aprile 1355 per aver tentato di privare del potere il Senato e il Maggior Consiglio, il corpo verrà riposto in un sarcofago, semplice e privo di iscrizioni. Questo fu dimenticato e riaperto solo nell’Ottocento per svuotarne i poveri resti nell’isola di Sant’Ariano. Il sarcofaco oggi è conservato nell’attuale Museo civico di Storia Naturale.

Un altro Doge ebbe grossi problemi con il Consiglio dei Dieci, atto a sorvegliare sulla sicurezza della Repubblica Serenissima: Francesco Foscari (1373-1457). Questa volta, però, non per suoi reati ma per colpa del figlio, Jacopo. Unico erede del doge, era un giovane che amava il lusso e lo sperpero. Quando si scoprì che aveva ricevuto doni dal duca di Milano, in contrasto con la Promissione ducale, scoppiò lo scandalo. Successivamente fu accusato di cospirare contro la Serenissima e per questo venne rinchiuso in perpetuo nel carcere della Canea, dove mori. Il padre, che aveva cercato, supplicando il Consiglio dei Dieci, di salvarlo, morirà per questo dolore qualche giorno dopo il figlio. Di questa tragedia ne trasse un opera George Gordon Byron nel 1821, nonché un opera lirica nel 1844 di Giuseppe Verdi.

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