Elena Lucrezia Cornaro Piscopia

Elena Lucrezia Cornaro Piscopia (Venezia, 5 giugno 1646 – Padova, 26 luglio 1684) fu una filosofa italiana, ricordata come la prima donna laureata al mondo.

                               Una targa commemorativa, posta a pochi metri dalla Riva del Carbon 

Era il 25 giugno 1678 quando la nobile veneziana Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, che aveva da poco compiuto trentadue anni, sfidando le convenzioni e la mentalità dell’epoca, si laureò all’Università di Padova.La prima donna al mondo a potersi fregiare del titolo di doctor, non potè però laurearsi in quello che voleva , teologia, ma raggiunse un traguardo fino ad allora riservato solo agli uomini.
Dopo di lei sarebbero trascorsi altri cinquant’anni prima che un’altra donna potesse vedersi riconoscere lo stesso privilegio a Bologna, e ancora un altro mezzo secolo per Pavia.
Elena era nata nel 1646 a Venezia nel palazzo dei Cornaro (poi Ca’ Loredan) che si affaccia sul Canal Grande a Rialto.
Apparteneva ad una casata nobile e antica, essendo i Piscopia un ramo di quei Cornaro che la storia ricorderà per aver dato alla Serenissima una regina, Caterina di Cipro (1434-1510) signora di Asolo, quattro dogi e nove cardinali.
Suo padre, Giovanni Battista, era procuratore di San Marco de supra – la più alta carica dello Stato subito dopo quella suprema del doge – abile diplomatico e uomo d’affari, amante della cultura e con pochi pregiudizi, aveva arricchito la sua biblioteca con numerosi testi di storia e di politica, libri di grande pregio, soprattutto edizioni rare del Manuzio e del Giolito.
Ma ancor più che ai suoi libri Giovanni Battista era affezionato agli uomini di cultura che frequentavano la sua casa e fra essi scelse per sua figlia, che da lui aveva ereditato la passione per lo studio, i migliori maestri in tutte le materie. Elena era un fiore di virtù, alla mondanità e al lusso che la sua famiglia avrebbero potuto garantirle, preferì una vita sobria e ritirata che le consentisse di nutrire quella fame di conoscenza che le si era manifestata fin dalla più tenera età, tanto che a nove anni aveva fatto voto di castità per dedicare tutta la sua esistenza allo studio. Per il troppo studio, si ammalò e morì giovane, soltanto sei anni dopo la laurea.
“La xé na Piscopia” si dice con ironia in Veneto per sottolineare la straordinaria sapienza di una donna. Elena imparò la matematica, l’astronomia, la geografia, il latino, il greco antico e moderno, lo spagnolo, il francese e l’ebraico, così tante lingue che la chiamarono “oraculum septilingue”.
Studiò con passione la musica. Ma più di tutto amava la teologia e filosofia.
Le furono affiancati tutori d’eccezione: don Giovanni Battista Fabris, parroco a San Luca, che per primo le insegnò il greco e per primo segnalò al Cornaro Piscopia il talento della figlia di sette anni convincendolo ad autorizzarlo a darle lezioni private; Carlo Rinaldini, illustre professore di filosofia che l’Università di Padova aveva portato via a Pisa; e padre Felice Rotondi, conventuale, che di Elena dirà di averla avuta più come maestra che come discepola in teologia tanto erano evidenti le sue doti d’animo e d’intelligenza.
Elena era davvero brava. Sempre chiusa in casa, studiava, studiava ma si sa le donne a quei tempi erano considerate, soprattutto dalla Chiesa, esseri un po’ inferiori. Si riconosceva loro una dignità pari all’uomo. Ma il modello della donna ideale rimaneva quello delineato da Leon Battista Alberti nel suo trattato Della famiglia: dolce, mansueta, modesta, lavoratrice, casalinga, oculata nelle spese, alla quale tutte le cose più preziose che il marito possiede dovevano essere mostrate, tutte tranne i libri, da chiudere in un posto sicuro per impedire alla donna non solo di leggerli ma anche di vederli.
Ancora nel 1740 quando Giovanni Nicolò Bandiera sosterrà in uno scritto anonimo il diritto all’istruzione delle donne, l’autore del libro verrà aspramente criticato e le sue argomentazioni saranno considerate spregiudicate tanto che a Roma si tenterà di mettere l’opera all’Indice.
È in quel clima che Elena compila regolare domanda d’ammissione alla laurea.
Le donne non avevano mai osato tanto, prima di allora. I suoi maestri l’appoggiano, suo padre non cerca di meglio. Ma chiede di laurearsi in teologia, materia fino ad allora solo appena sfiorata però mai approfondita da una donna, ritenuta incapace di ragionamenti difficili soprattutto sulle verità della fede.
Il cardinale Gregorio Barbarigo, che nella sua qualità di vescovo di Padova era anche cancelliere dell’Università, oppose un netto rifiuto. A cui non venne meno neanche in ossequio alla Patavina libertas.
Per i meriti straordinari riconosciuti alla giovane donna e per l’appoggio influente del potente padre, Elena riesce però ad ottenere il permesso di laurearsi in filosofia.
Si presentò il sabato mattina alle ore 9 del 25 giugno 1678 e discusse davanti al Collegio dei filosofi e medici i due puncta, due tesi di Aristotele, che erano stati estratti e le erano stati comunicati, perché si preparasse, il giorno prima.
La sua prova fu talmente brillante che i membri del Collegio decisero di tralasciare la solita votazione segreta e di acclamare all’unanimità la candidata magistra et doctrix in philosophia tantum.
Come ai suoi colleghi uomini, le vennero consegnate le insegne dottorali: il libro, simbolo della dottrina, l’anello per rappresentare l’unione con la scienza, il manto di ermellino, emblema della dignità dottorale e infine la corona d’alloro a suggello del trionfo.
Elena non insegnò mai, anche perché i nobili non erano abituati a lavorare, ma divenne membro di varie accademie e intrattenne rapporti epistolari con i maggiori studiosi italiani e stranieri del secolo.
Dopo la laurea si trasferì a Padova. Rifiutò sempre il matrimonio, anche con un principe tedesco che le aveva trovato il padre.
Decise di vivere ritirata, di diventare un’ablata benedettina e dedicarsi ai poveri.
Morì il 26 luglio 1684, a soli 38 anni, probabilmente di tubercolosi.
Patrizia Carrano le ha dedicato il romanzo “Illuminata. La storia di Elena Lucrezia Cornaro” pubblicato qualche anno fa da Mondadori.
Della sua breve esistenza restano poche tracce: una statua presso Palazzo Bò, sede universitaria padovana, una lapide sul suo palazzo veneziano, una vetrata policroma al Vasser College, negli Stati Uniti, e un affresco all’Università di Pittsburg.
Ma di lei, che cercò di passare inosservata e restò casta per tutta la vita, sarà sempre ricordata quella sua scandalosa prima volta che segnò una vittoria importante nella storia delle conquiste femminili.

Da Gazzettino del 26 giugno 2008 – articolo di Anna Renda

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