Un Popolo libero il Popolo di Pellestrina

La storia di Pellestrina si collega con quella di Venezia, perché in origine tutte le isole della laguna si chiamavano “Venezia”. Questa è la storia di un popolo libero, nato libero e rimasto libero finché ha potuto conservare le sue libere istituzioni, fino all’arrivo di Napoleone: “Venezia fu la più libera delle molte città libere italiane”. Ma anche dopo, l’aspirazione alla libertà non ha cessato di caratterizzare questa gente. Il Popolo di Pellestrina è un popolo paziente, che sa aspettare: ha i ritmi del mare e della laguna. Non sono ritmi frenetici, perché sono fatti della lentezza delle maree, dei trasporti sull’acqua e dalla paziente attesa del pescatore. È gente che sa aspettare, ma che mentre aspetta riflette sul senso di quello che fa, sul senso di quel che accade e di quel che è accaduto a questo popolo e a questa terra. Siamo convinti che ogni terra abbia il suo genius loci: ogni terra ha un’anima e l’anima vive nel suo popolo. Il popolo che abita una certa terra interpreta il genio,l’anima di quel luogo e dà un senso unitario a tutto ciò che caratterizza quel luogo.Prendiamo ad esempio quei luoghi di natura indefinita, lacustri, paludosi, che sono le barene. Non sono né solo terra, né solo acqua e tra le due non c’è un confine definito. E non c’è solo questa a imprimere un tratto di indefinitezza al genius loci di questa terra.   Pellestrina, come Venezia, è una terra che emerge dal mare e che lotta con il mare. Quindi, una terra che si distingue e quasi si ritrae dal mare, ma al tempo stesso si definisce a patire da quel mare da cui trae origine: come nella lotta perenne delle onde con la spiaggia e con i murazzi. È gente che ama il lavoro, perché a Pellestrina il lavoro e tutt’uno con la realtà fisica del litorale, un lavoro che si immerge nell’acqua così come l’identità di questo popolo è immerso nella sua storia. Copertina VisitIl momento più magico a Pellestrina è senz’altro il tramonto. È in grande spettacolo della natura, perché è il momento più intenso in cui il cielo e il mare si confondono nello stesso colore. Ma solo in laguna il rosso del cielo trova una risposta nella terra, in pianura quel rosso non ha risposta. È perché c’è il riflesso della laguna, c’è la risposta del mare, che il tramonto in laguna fa venire i brividi, “blocca” il respiro. Non ci si aspetterebbe quella risposta. La risposta della laguna all’incendio di colore che il sole innesca tuffandosi in essa, trova il suo risconto in uno strano scambio che avviene a quell’ora a Pellestrina: i lavoratori del giorno ritornano stanchi e i pescatori notturni portano un po’ in ansia per una notte di lavoro. Uno scambio di fatiche e di riposo, ma soprattutto un alternarsi di attività, tale per cui il lavoro a Pellestrina    sembra non sospendersi mai. Che ne sarebbe se  tutto questo non avesse senso? O il tramonto infuocato che unisce il cielo e mare non avesse nessun significato? Il popolo di Pellestrina è stato fortunato, nella sua semplicità. Primo perché ha avuto una natura e una situazione ambientale che lo ha costretto, in un certo senso, a dare un valore infinito ai gesti che costituiscono la sua vita, che determinano il suo sostentamento. La natura a Pellestrina aiuta a dare un senso di infinito alla propria esistenza, perché quell’infinito riempie gli occhi e invade lo spirito, soprattutto al tramonto. Ma anche perché la storia di questo popolo è una storia di “favori”, di predilezione da parte del Destino; certo, favori pagati con il sudore della fronte e con la sofferenza della gente di mare, che solo lei conosce. Ma questi favori del Destino, che hanno avuto nella fede semplice del popolo la risposta più confacente e adeguata, hanno rivelato nella storia di questo popolo il senso del proprio lavoro, hanno aiutato il popolo a dare un senso esauriente alla sua vita. Per questo il popolo di Pellestrina è un popolo contento che “canta durante il lavoro”. Spesso non se ne rende conto razionalmente, ma sente vibrare dentro di sé questo senso di infinito e lo vive dentro la sua pelle.

Una risposta a “Un Popolo libero il Popolo di Pellestrina

  1. sono un torinese che ha scoperto Pellestrina durante le vacanze del 1966 o 67. Da quel momento mi è entrata nel cuore. Notavo gente disperata, per i danni dell’alluvione, ma allo stesso tempo ostinata e ottimista, che canticchiava e si faceva coraggio. Gente con dura scorza, bambini spaventati che aiutavano , donne silenziose chine senza parole ma con tanti pensieri. E’ un piccolo ricordo che nn sono piu riuscito a cancellare. Quando sento questo nome, qualcosa si muove dentro …

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