La Famiglia Zane

La rilevanza di questa famiglia fu ampiamente descritta dal padovano Giacomo Zabarella nel suo scritto “Il magnifico, ovvero, la virtù mascherata dove si scoprono tutte le sublimi grandezze della Serenissima Repubblica di Venezia et della nobilissima casa de Zani”.
La famiglia risulta essere originaria nella Roma antica avendo come lontano antenato Marco Vipsanio Agrippa noto per essere stato il vincitore della battaglia di Azio avvenuta nel 31 a. C. nonché suocero di Augusto. Andando avanti con il tempo, il cognome Vipzanii vennè progressivamente alterato in Sianii, Ciani, Ziani fino ad arrivare a Zani o volgarmente Zane. Si trasferirono nella città lagunare durante le invasioni barbariche e furono tra le 24 famiglie di origine tribunizia che amministrarono la Serenissima agli albori.
Nella vita cittadina si conosce l’esistenza della casata già a partire dal 1276 durante il quale Nicolò Zane da San Stin venne eletto procuratore di San Marco e venne conosciuta una delle loro residenze nella zona solo a partire dal 1367 data in cui Andrea di Almorò Zane acquistò da Andrea Contarini Doge il terreno della zona di Sant’Agostino dove sorgeva la residenza di Baiamonte Tiepolo (egli fu accusato di tradimento e lesa maestà e per questo la sua casa venne rasa al suolo).
Domenico Zane fu colui che diede l’impulso alla fabbricazione del casino-biblioteca che venne soprannominato “Pericle della patria intelligentissimo” per la sua dote comunicativa e la dialettica che lo portò a svolgere il ruolo di ambasciatore in Austria e in Spagna; Filippo IV riconobbe le sue qualità diplomatiche e lo fregiò del titolo di cavaliere. Nel 1665 fece ristrutturare la facciata della casa dominicale sul rio Sant’Agostin interamente in pietra d’Istria dall’architetto Baldassarre Longhena. In assenza di eredi diretti, Domenico lasciò la casa e i suoi averi al nipote Marino invitandolo a salvaguardare il suo patrimonio librario e la pinacoteca.
Marino Zane seguì i dettami dello zio con piacere essendo un appassionato di arte, bibliofilo e collezionista di ceramiche: incrementò il numero dei volumi della biblioteca e dei quadri di famiglia. E’ proprio da questa sua dedizione finalizzata alla preservazione e ampliamento delle opere di famiglia, che sorse la necessità di accrescere gli spazi creando un ambiente adibito appositamente a “libraria” e “casin” e vi incaricò l’architetto Antonio Gaspari; lo stabile venne edificato nella parte finale del giardino già di proprietà della famiglia Zane e si predispose l’affaccio sul canale di San Giacomo dell’Orio. Durante la sua vita, Marino fu podestà a Bergamo e Brescia e generale a Palmanova e in Dalmazia e curò con costanza la parte amministrativa del teatro di San Moisè che la famiglia acquistò nel 1628 dai Giustinian (il teatro venne ceduto nel 1705); si occupò di ammodernarne gli assetti e dal 1639 sul palco vennero presentati solo drammi per musica. Morì, all’età di 70 anni, il 17 febbraio 1709.
Dei quattro figli, tre maschi e una femmina, colui che prese in carico gli affari di famiglia, fu Vettor Zane che decise di mettere mano nuovamente alla facciata del casino con l’intento di uniformarla a quella della biblioteca. Ben presto fu affrontato il problema di portare avanti la stirpe degli Zane e dei 4 figli di Marino: Leonardo morì giovane, Domenico mise al mondo una figlia femmina (Maria), Maria entrò in convento e infine Vettor sposò Elena Michiel, mise al mondo un maschio ma sfortunatamente, anch’egli passò a miglior vita precocemente, quando ancora era in fasce.
Fu così che la linea maschile degli Zane si fermò e Vettor, che morì all’età di 49 anni (1715), lasciò in testamento alla moglie Elena o, in caso di scomparsa, alla nipote Maria (figlia del fratello Domenico e moglie di Nicolò Venier) l’intero patrimonio (rendita annua di 163.500 ducati). Un documento del 1348 redatto da un discendente, Almorò Zane, prevedeva che la successione dovesse avvenire solo in linea maschile (se estinta, doveva esser allargata al consanguineo maschio più vicino) per cui Antonio Zane quondam Francesco rivendicò tale diritto impugnando l’atto testamentario a favore di Elena Michiel, la moglie di Vettor. Questa si unì a Maria Venier e alla sorella di Antonio Zane e si rivolsero ad un avvocato per tutelare la loro posizione e mettere in dubbio l’applicazione del documento del 1300: vista la crescita economica della famiglia Zane, le nobildonne si chiesero se l’atto del Trecento poteva riguardare anche le proprietà del 1700 o riferirsi solo a quelle presenti nel momento in cui è stato stipulato. Alla fine, nel 1716 il Palazzetto Bru Zane fu consegnato a Maria Zane Venier la quale, dopo pochi anni, morì e la residenza divenne definitivamente parte del patrimonio Venier di san Vio. Maria Contarini Venier fu l’ultima discendente indiretta degli Zane e dalla sua cessione, qualche anno dopo il 1800, il casino fu separato dal palazzo.

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